Perché i farmacisti si sentono sotto pressione con i generici?
Ogni giorno, in migliaia di farmacie negli Stati Uniti, un farmacista si trova di fronte a una scelta difficile: sostituire un farmaco di marca con una versione generica, come previsto dalla legge, oppure rischiare di perdere la fiducia di un paziente preoccupato. La sostituzione con generici non è solo un atto burocratico - è un momento di tensione tra economia, sicurezza e relazione umana.
La legge che ha reso possibile questa pratica, il Hatch-Waxman Act del 1984, ha aperto la strada a generici economici e approvati dalla FDA. Secondo l’Agenzia, i farmaci generici devono dimostrare di essere bioequivalenti: l’assorbimento nel corpo deve variare di non più del 3,5% rispetto al farmaco di marca. In pratica, significa che funzionano allo stesso modo. Ma i pazienti non lo sanno, e molti farmacisti sono costretti a spiegare questo concetto in mezzo a una coda di persone, con pochi minuti a disposizione.
Il problema non è la legge, è la paura dei pazienti
Il 72% dei pazienti con malattie croniche rifiuta o esita ad accettare un generico. Perché? Non perché il farmaco non funzioni. Ma perché è diverso.
Un paziente che prende un antipertensivo da anni si ritrova con una pillola più piccola, di colore giallo invece che blu, con un nome diverso sulla confezione. Non sa che è la stessa sostanza attiva. E se prima aveva avuto un effetto collaterale lieve? Allora pensa: "Questo non è lo stesso". E smette di prenderlo. Questo è il vero rischio: la scarsa aderenza. Uno studio ha mostrato che un terzo dei pazienti che cambiano farmaco per un generico riportano un’esperienza negativa - non perché il farmaco sia cattivo, ma perché non sono stati preparati.
La paura viene da dove? Dalla mancanza di informazioni. Il 64% dei pazienti americani non ha mai sentito parlare di sostituzione dal proprio medico. Quindi, quando il farmacista gli dice: "Questo costa meno, ma è uguale", il paziente sente una voce estranea che gli cambia la terapia. E se il medico non ha parlato, chi ha il diritto di decidere?
I farmacisti sono i primi a pagare il prezzo della mancanza di comunicazione
Il farmacista non è un venditore. È l’ultimo punto di controllo prima che il paziente prenda la pillola. E quando c’è un problema, è lui che viene chiamato.
Uno studio ha rivelato che il 50% dei pazienti, prima di accettare un generico, chiede di parlare col proprio medico. Ma il medico è in clinica, il paziente è in farmacia, e il farmacista deve decidere: aspettare? Rifiutare? Spingere? Ogni minuto perso qui è un minuto tolto a un altro paziente. E se il paziente è anziano, con cinque farmaci diversi, o ha demenza? La spiegazione diventa un’impresa. Il tempo non basta mai.
Ma il problema non è solo il tempo. È la sfiducia. Molti pazienti credono che un farmaco più economico sia di qualità inferiore. "Se costa meno, vuol dire che è peggiore". Questo mito è radicato. E il farmacista deve smentirlo con dati: "La FDA controlla ogni lotto. I generici sono prodotti negli stessi stabilimenti, a volte dalla stessa azienda che fa il brand. La differenza è solo nel nome e nel prezzo".
Le situazioni in cui la sostituzione è rischiosa - e perché i farmacisti lo sanno
Non tutti i farmaci sono uguali. Alcuni hanno un indice terapeutico ristretto (NTI): una piccola variazione nella concentrazione nel sangue può causare effetti gravi. Esempi? Il warfarin, il litio, i farmaci antiepilettici.
Un paziente con epilessia che ha avuto un controllo perfetto per anni con un farmaco di marca: se lo si sostituisce con un generico, anche con una differenza del 2% nell’assorbimento, potrebbe avere una crisi. I farmacisti lo sanno. E spesso si sentono in colpa, anche se la legge permette la sostituzione. Per questo molti, in pratica, evitano di sostituire questi farmaci - anche se non è obbligatorio.
E poi ci sono i biosimilari. Non sono generici nel senso tradizionale. Sono farmaci biologici, fatti da cellule vive. La loro struttura è complessa. La FDA richiede studi clinici aggiuntivi per dimostrare la somiglianza. Ma molti pazienti non capiscono la differenza tra "generico" e "biosimilare". E il farmacista deve spiegarlo, senza confondere, senza spaventare.
La formazione che nessuno ti dà - e che invece devi costruire da solo
Le scuole di farmacia insegnano la bioequivalenza. Ma non insegnano come parlare con un anziano che piange perché "il suo farmaco" è scomparso. Non insegnano come gestire un paziente con ansia che ha paura di ogni cambiamento. Non insegnano come convincere un medico che non vuole approvare la sostituzione.
Quindi i farmacisti si formano da soli. Imparano che dire "è uguale" non basta. Devono dire: "Questo è lo stesso principio attivo, prodotto nello stesso stabilimento, controllato dalla stessa agenzia. La differenza è solo nel colore e nel prezzo. Se vuoi, possiamo chiamare il tuo medico insieme".
Un’altra tecnica efficace? Mostrare la scheda tecnica. Far vedere al paziente che il principio attivo è identico. Spiegare che la FDA richiede lo stesso controllo di qualità. E che, in media, i generici fanno risparmiare il 21% sul costo dei farmaci. Non è un’idea. È un dato.
La legge ti dà il potere - ma non ti dà il tempo
La legge negli Stati Uniti permette al farmacista di sostituire, a meno che il medico non abbia scritto "non sostituibile". Ma non dà tempo per spiegare. Non dà risorse per formare i pazienti. Non dà un sistema per documentare le conversazioni.
Lo studio del Journal of Managed Care & Specialty Pharmacy ha mostrato che solo il 38,5% dei pazienti viene informato che ha il diritto di rifiutare la sostituzione. Questo non è un errore di un farmacista. È un sistema che non funziona. E il farmacista, in mezzo, è l’unico che deve gestire le conseguenze.
Alcuni stati richiedono un consenso scritto per certi farmaci. Altri no. Alcuni farmaci hanno un codice di equivalenza (AB1, AB2) che indica se la sostituzione è sicura. Ma molti farmacisti non lo usano, perché non hanno tempo di controllarlo. E se sbagli? Se sostituisci un farmaco NTI e il paziente va in crisi? La responsabilità è tua.
Cosa funziona - e cosa no
Quello che funziona:
- Parlare con il paziente prima di consegnare il farmaco, non dopo.
- Usare frasi semplici: "Questo farmaco ha lo stesso effetto, ma costa meno".
- Mostrare la confezione del brand e quella del generico, e dire: "Guarda, la sostanza è la stessa".
- Chiedere: "Hai mai avuto problemi con un generico prima?" - e ascoltare.
- Offrire di contattare il medico insieme, se il paziente è insicuro.
Quello che non funziona:
- Dire "è uguale" senza spiegare perché.
- Usare termini tecnici come "bioequivalenza" o "ANDA".
- Forzare la sostituzione senza chiedere.
- Ignorare le paure come se non fossero reali.
Il futuro? Più comunicazione, meno pressione
La soluzione non è togliere il potere al farmacista. È dare più strumenti.
I medici devono parlare di generici durante la prescrizione. Non lasciare tutto alla farmacia. I sistemi informatici devono segnalare automaticamente quando un farmaco è sostituibile e quando no. Le farmacie devono avere tempo dedicato per il counseling - non solo per la consegna.
Perché il farmacista non è un ostacolo. È un alleato. E quando è ben informato e supportato, può fare la differenza. Non solo nel prezzo. Nella vita dei pazienti.
Rachele Beretta
novembre 27, 2025 AT 00:30francesco Esposito
novembre 28, 2025 AT 13:29